Assisi AuschwitzAuschwitz-Assisi: luoghi della Memoria per la Pace nel XXI secolo

Il Giorno della Memoria è una ricorrenza internazionale celebrata il 27 gennaio di ogni anno come giornata in commemorazione delle vittime del nazismo, dell’Olocausto e in onore di coloro che a rischio della propria vita hanno protetto i perseguitati.

Nel seicentesco Palazzo Vallemani che fu residenza della nobile famiglia Giacobetti, prima, e Vallemani poi, oggi è ospitata la Pinacoteca Comunale di Assisi riallestita nel 2007 e dal 2011 vi ha trovato sede il Museo della Memoria che raccoglie numerosi documenti inediti, foto e testi relativi al periodo della Shoah e vuole raccontare il ruolo svolto dai cittadini di Assisi che durante l’occupazione tedesca si prodigarono per evitare la deportazione di un numero consistente di ebrei.

Dal 24 al 27 Gennaio 2014, un programma ricco di incontri ad Assisi in ricordo di suor Giuseppina Biviglia e suor Ermella Brandi. Giornata clou, lunedì 27 gennaio, al Museo della Memoria presso la pinacoteca comunale di Assisi. Verranno celebrati, attraverso ricordi e testimonianze, i due Giusti recentemente riconosciuti dallo Stato di Israele: suor Giuseppina Biviglia e suor Ermella Brandi che si vanno ad aggiungere agli altri cinque Giusti assisani (monsignor Placido Nicolini, don Aldo Brunacci, padre Rufino Niccacci, Luigi e Trento Brizi).

Il riconoscimento di Giusto tra le Nazioni a madre Giuseppina Biviglia e suor Ermella Brandi

Madre Giuseppina, nata a Serrone di Foligno (Perugia) il 31 marzo 1897 e morta a 94 anni il 31 marzo 1991, entrò in monastero il 13 maggio 1922 in qualità d’insegnante alla lavorazione delle telerie elettriche, lavoro che permetteva il sostentamento della comunità. L’8 settembre 1922 chiese d’iniziare il probandato e il 18 marzo 1923 fece la vestizione con il nome di suor Maria Giuseppina di Gesù Nazareno. Il 19 marzo 1927, solennità di san Giuseppe, fece la professione solenne. Guidò la comunità di San Quirico come madre abbadessa dal 1942 al 1945, dal 1945 al 1948, dal 1964 al 1967 e dal 1967 al 1970.

In un memoriale, datato 6 marzo 1948, madre Biviglia rievocava gli eventi bellici con queste parole: «… Mentre fino dal settembre 1943 s’intensificava l’offesa aerea anglo-americana sull’Italia con somma sorpresa di tutti, mentre in patria rincrudivano persecuzioni politiche, vendette personali e ordini odiosi venivano spiccati contro Ebrei e soldati ligi allo spirito dell’armistizio, i nostri Istituti divenivano luogo di rifugio agli sbandati, ai perseguitati politici, ai fuggitivi, agli Ebrei, agli evasi dai campi di concentramento. Ne ebbe la sua parte il nostro Monastero. Superfluo dire che incapaci noi stesse di capire quanto avveniva in tanta confusione, si obbediva solo a un sentimento che sorgeva spontaneo di volta in volta che si presentavano dei disgraziati: davanti al dolore di ciascuno avrebbe taciuto ogni velleità di giudizio, anche se avessimo saputo darne uno: la pietà avrebbe in ogni caso trionfato come trionfò. E trionfò per amor di Dio e del prossimo: il Primo dava l’impulso ad aiutare il debole; il secondo quasi sempre innocente viveva in quei giorni sotto l’incubo degli arresti, dei campi di concentramento, della fucilazione e peggio! Devo dire tuttavia che qualche volta opposi un po’ di resistenza all’accettazione di queste persone sentendo tutta la responsabilità della mia posizione di fronte alla Comunità e temendone per questa qualche conseguenza: ma in quei momenti fui sempre incoraggiata dal nostro Venerato Superiore, da altri Sacerdoti e dalle mie stesse Consorelle ad agire in favore di quei poveretti».

Le suore accolsero nella loro foresteria una varietà di ospiti, più o meno in grado di pagare l’alloggio. «Le persone che si rifugiavano da noi – scriveva madre Biviglia – furono, per grazia di Dio, nei nostri riguardi tutte oneste, rette, buone, e anche religiose, tanto i cattolici quanto gli Ebrei. Venne qualche fascista durante il Governo Badoglio e dopo l’entrata degli Americani; qualche socialista in certi momenti di pericolo durante la Repubblica Sociale. Subito dopo l’8 settembre avemmo ufficiali e soldati del R. Esercito ligi al giuramento costituzionale, e poco più tardi un folto numero di Ebrei (era proprio un’arca di Noè)».

Nel suo memoriale, la clarissa evoca anche uno dei momenti più drammatici per il monastero. La polizia segreta fascista e i tedeschi hanno capito che ad Assisi c’è una rete clandestina di assistenza che la Chiesa locale ha messo a disposizione anche degli ebrei. Si cercano le prove e alla prima occasione viene ordinata una perquisizione a San Quirico, che è solo una delle varie case religiose femminili ad aver aperto le porte ai perseguitati. È il 27 febbraio 1944, pochi mesi prima della liberazione d’Assisi da parte degli Alleati, che arriveranno in giugno.

«Il giorno prima - ricorda la badessa – due dei nostri giovani (un croato già evaso da un campo di concentramento della Jugoslavia, e un Ufficiale dell’aviazione Italiana) si erano tolti al loro rifugio per unirsi ad altri due o tre compagni per una corsa a Perugia in bicicletta, con proposito di ritornare al più presto, ma il viaggio di ritorno fu loro fatale, perché, causa l’accento straniero del giovane croato, tutta la comitiva fu sospetta a certi agenti della R.S. (che cercavano appunto in quei giorni un delinquente croato) e da questi tratta in arresto. Lo stesso giovane, al primo interrogatorio, non seppe schermirsi dal dichiarare il suo luogo di abitazione, il nostro Monastero, e perciò il 27 mattina, Domenica, gli agenti erano qui per un sopralluogo, dopo di aver fatto circondare da forze il Monastero stesso. I funzionari della R.S. entrarono per l’ispezione della foresteria e poi vollero che mi presentassi alla grata. Dopo un penosissimo colloquio, durante il quale quasi tutta la Comunità era raccolta in Coro a pregare, mi convenne mostrar loro il dormitorio grande, ossia l’appartato luogo di rifugio degli Ufficiali e dei giovani Ebrei. In quel momento là entro c’erano i due fratelli Maionica e il Colonnello Gay che dormivano saporitamente: si ebbe appena il tempo di far entrare in clausura i due fratelli, mentre il col. Gay affidato alla speranza d’aver libero passaggio tra i funzionari e gli agenti, a causa de’ suoi capelli bianchi (infatti essi cercavano solo di stabilire la verità dei fatti denunciati dagli arrestati, che riguardavano soltanto la loro persona) credette di poter uscire ma fu invece fermato nell’ortino e coi funzionari condotto al Dormitorio, affinché egli stesso desse informazioni su se stesso, sui suoi compagni e sui motivi della sua presenza in questo luogo. Il Col. Dichiarò in seguito l’esser suo».

Olocausto, ricordare per non ripetere.
di Guido Donati

Non sono ebreo, ma ritengo importante per tutti visitare i luoghi dove sono avvenute le più terribili nefandezze dell’umanità e per questo motivo mi reco al Koncentrationslager di Auschwitz (Polonia). Lungo il perimetro di filo spinato si apre una porta metallica sormontata dalla beffarda scritta: “Arbeit Macht Frei” cioè “il lavoro rende liberi”. Entro nelle baracche, alcune sono adibite a deposito dei materiali immagazzinati dalle SS e classificati per tipo e per possibile riutilizzo. Borse, valigie, occhiali, scarpe, dentiere, capelli (ne furono trovate sette tonnellate). Come può una mente umana concepire una tale follia? Altro locale altro orrore. Un susseguirsi di corridoi con le foto dei detenuti tutti rasati a zero, sono uomini, donne, bambini che ti guardano, negli occhi leggi il terrore, quello vero. Quegli sguardi mi ricompaiono spesso nella memoria. Tutte le foto sono scattate sempre frontalmente e di profilo, sempre con la stessa angolatura, fredde, scientifiche. L’emozione è difficile trattenerla, anche nel ricordo. Le baracche con le brande dove immagino ammucchiate centinaia di persone, in quel freddo gelido che può arrivare d’inverno a -40°C e il cui vento polare può raggiungere i 70 Km orari. Come sono sopravvissuti. Mi ricordo il racconto fatto dalla nonna a un mio caro amico “All’alba li facevano spogliare completamente nudi e ordinare nel piazzale. Facevano l’appello, se mancava qualcuno dovevano tutti rimanere al gelo attendendo il ritrovamento. “Le prigioni piccole, talmente basse che si doveva rimanere al buio e accovacciati. L’infermeria e le sale delle sperimentazioni, dove furono effettuati i più atroci esperimenti in nome di una finta scienza, della follia assurta a ideologia e purtroppo di una scienza farmacologica in cui furono coinvolte anche grandi industrie farmaceutiche e famosi medici tedeschi, che a dispetto di qualsiasi tipo di etica usarono gli uomini per le sperimentazioni, fino ad allora potute effettuare solo sugli animali. Un giro di denaro fra industria privata e governo la cui spietatezza è difficile comprendere. I forni crematori, sui quali vengono apposti per il giorno dei morti decine di lumini, la cui luce ondeggia nella penombra, crea un’atmosfera che non è possibile descrivere. È impossibile descrivere lo stato d’animo. Uscendo dal campo si cerca di dimenticare, di cancellare quei volti, non si può accettare l’idea che degli esseri umani abbiano potuto perpetrare tutto ciò e che ci sia stata la connivenza di interi popoli. Poi, nei giorni seguenti, il ricordo diviene più forte e più chiaro di quando eri li presente, la rabbia dell’impotenza ti sale al cervello e vorresti che tutto ciò fosse stato un terribile sogno. E pensi a tutti quei popoli che soffrono ancora oggi per motivi razziali, di fede, di povertà, di fame, di sete.

Auschwitz-Birkenau

Auschwitz-Birkenau. Campo di concentramento e di sterminio, il maggiore dei campi nazisti, assurto a simbolo della tragedia dell’olocausto. Situato nei pressi della cittadina di Auschwitz (l’attuale Oświęcim), circa 32 km a sud-ovest di Cracovia, nella Polonia meridionale, fu allestito nel 1940 per ordine del capo delle SS Heinrich Himmler, per essere utilizzato come campo di sterminio. A partire dal 1942 vi trovò piena realizzazione la “soluzione finale della questione ebraica”, ovvero il genocidio scientificamente pianificato ed efficientemente perseguito degli ebrei.

Si calcola che almeno un terzo dei circa sei milioni di prigionieri eliminati dai nazisti nel corso della seconda guerra mondiale trovò qui la morte nelle camere a gas o perì di stenti, di sevizie, di malattia, di fame o a causa degli esperimenti del famigerato Josef Mengele, il medico nazista soprannominato “l’angelo della morte”; insieme agli ebrei subirono la stessa sorte polacchi, prigionieri di guerra sovietici, zingari e omosessuali. Il complesso concentrazionario, che si estendeva su una superficie di 42 km², comprendeva un campo base, Auschwitz I, costruito nel 1940 e destinato in un primo tempo ai prigionieri politici; il campo di Birkenau (Auschwitz II), edificato nell’inverno 1941-42, dove funzionavano a pieno ritmo quattro camere a gas e altrettanti forni crematori; vari campi satelliti denominati Auschwitz III (Buna-Monowitz), dove tra il 1940 e il 1945 furono internate circa 405.000 persone destinate ai lavori forzati: tra i pochi che riuscirono a sopravvivere vi furono circa un migliaio di ebrei polacchi, salvati dalle camere a gas per l’intervento dell’industriale tedesco Oskar Schindler. Nel novembre del 1944, di fronte all’avanzata delle truppe sovietiche, Himmler ordinò di far cessare le esecuzioni e di distruggere camere a gas e forni crematori. Quando, il 27 gennaio 1945, l’Armata Rossa varcò l’entrata del Lager nel campo si trovavano circa 7.600 sopravvissuti; circa 58.000 prigionieri erano già stati evacuati dai nazisti e in gran parte perirono nella marcia forzata verso la Germania. Tra i sopravvissuti vi fu lo scrittore torinese Primo Levi, che raccontò le condizioni di vita dei deportati ad Auschwitz nel suo capolavoro “Se questo è un uomo”.

“Arbeit Macht Frei”

Pare che la scritta sia stata ideata dal maggiore Rudolph Höss, primo comandante responsabile del campo di sterminio di Auschwitz I. I prigionieri che lasciavano il campo per recarsi al lavoro, o che vi rientravano, erano costretti a sfilare sotto il cancello d’entrata accompagnati dal suono di marce marziali eseguite da una orchestra di deportati appositamente costruita. Contrariamente a quanto rappresentato in alcuni film la maggior parte dei prigionieri ebrei era detenuta nel campo di Auschwitz II-Birkenau e non passava quindi da questo cancello. La scritta assunse nel tempo un forte significato simbolico, essendo in grado di riassumere in sé tutta la crudeltà e la barbarie dei campi di concentramento nazisti, nei quali i lavori forzati e la condizione di privazione inumana dei prigionieri stridevano con grottesca ironia rispetto all’apparente candore etico del motto. Questo motto è ancora presente in numerosi campi di concentramento dismessi, tra i quali: Auschwitz I, Dachau, Gross-Rosen, Sachsenhausen e al ghetto-campo di Terezin.

PINACOTECA COMUNALE E MUSEO DELLA MEMORIA PALAZZO VALLEMANI
Via San Francesco, 12 – ASSISI – Tel. 075 8155234
Orario di apertura, tutti i giorni:
• da Novembre a Febbraio 10:30 – 13:00 e 14:00 – 17:00
• Marzo, Aprile, Maggio, Settembre e Ottobre 10:00 – 13:00 e 14:30 – 18:00
• da Giugno ad Agosto 10:00 – 13:00 e 14:30 – 19:00
Chiusura: 25/12 e 01/01
Prezzi:
intero € 3,00
adulti oltre 65 anni e gruppi € 2,00

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