Assisi Basilica San Francesco San Francesco parla veramente all’anima in ogni via, in ogni scorcio di paesaggio che si intravede tra casa e casa; ma nella grande Basilica che porta il suo nome e che Frate Elia, primo Vicario Generale dell’Ordine, volle simile ad una fortezza proprio per l’aspetto guerresco del complesso architettonico, comprendente le chiese e il convento dei Frati minori, ci resta difficile ritrovare subito la semplicità e la dolcezza del Cantore di tutte le creature. Invece, appena entrati nella Basilica, dal sagrato che ha la vastità di una piazza d’armi, ci sentiamo avvolti da un silenzio vivo ed eterno che è già musica del Cielo. Lo stupore innamorato di San Francesco, che fu così fertile ispiratore d’arte, è scritto su ogni parete dalla concretezza pittorica di Cimabue e di Giotto, dalla magica levità di segno di Simone Martini e di Pietro Lorenzetti.

All’erezione della Basilica, di cui pose la prima pietra il 17 Luglio 1228 Papa Gregorio IX, da poco asceso al soglio pontificio, concorse tutto il popolo di Assisi con tale fervore che, in meno di due anni fu completata la prima basilica, che allora si presume in forma di semplice chiesa ad aula coperta a capriate, e vi vennero traslate le spoglie del santo. Il progetto originario probabilmente prevedeva già i due edifici sovrapposti e tra il 1232 e il 12339 fu dato proseguimento ai lavori del grandioso complesso di due chiese sovrapposte: l’inferiore fu ampliata, dotata di transetto e abside, voltata a crociera, in funzione di chiesa tombale, la superiore pensata come chiesa monastica e di predicazione. Ne sia stato, oltre che l’ideatore e il promotore, il vero e proprio architetto, l’opera venne come Elia la sognava: “magna”, per dimensioni, valore spirituale e richiamo universale per le genti del mondo. Essa consiste in due chiese sovrapposte (tre se si considera la cripta dove sono conservate le spoglie del Poverello) aventi l’abside in comune. Due le fabbriche poggianti dieci metri una sopra l’altra, relativamente oscura e bassa quella inferiore, che risente di influssi romanici, la cui gravità è però attenuata dalla ricchissima decorazione pittorica, meno celebre rispetto a quella della basilica superiore, ma certamente più rappresentativa dell’arte italiana dell’epoca, data la quantità e la qualità degli artisti che vi lavorarono; slanciata e luminosa, ispirata a modelli gotici transalpini quella superiore, strutturata dalla decorazione pittorica, che si divide sostanzialmente in due blocchi principali: gli affreschi dell’abside, del transetto e della crociera, di Cimabue e della sua scuola, e quelli della navata e delle volte, dove la vita di San Francesco viene messa in relazione con episodi dell’Antico e del Nuovo Testamento. Di Giotto gli affreschi che raccontano con francescana semplicità il ciclo della vita di San Francesco, suddividendola in trentadue episodi, uno dei massimi capolavori dell’arte di tutti i tempi.

Il 26 Settembre 1997 le scosse di un forte terremoto hanno provocato danni gravissimi alla Basilica, facendo crollare in due punti la volta, sbriciolando affreschi di Cimabue e altri attribuiti al giovane Giotto e causando lesioni al transetto. Un’eccezionale opera di ricostruzione, consolidamento e restauro ha permesso, due anni dopo il sisma, di riaprire la Basilica alle visite e al culto.

“E fra l’altra è bellissima una storia dove un assetato, nel quale si vede vivo il desiderio dell’acqua, beve stando chinato in terra a una fonte, con grandissimo e meraviglioso effetto, in tanto che par quasi una persona viva che beva.” Giorgio Vasari in questo brano tratto da: “Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori italiani, da Cimabue insino a’ tempi nostri”,  traslasciando il significato allegorico della scena, mentre esalta l’arte mirabile di Giotto, coglie, forse senza avvedersene, il punto di contatto tra il genio del pittore e il misticismo di Francesco, in quell’appassionata contemplazione della natura che guidò l’uno e l’altro per diverso cammino.

La Basilica ci fa sentire veramente quale fascino esercitò il Santo sui suoi contemporanei: essa è un’opera corale compiuta da un popolo anonimo che ne innalzò la gran mole, e da un’illustre schiera di artisti che ne affrescarono gli interni.

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